Le ragioni del “No”, le ragioni del “SI”

di Umberto Leo

Il sistema giudiziario del Nostro Paese vive, oggi, un tempo drammatico, vittima di aberranti ed illogicissime astrologie concepite dalle menti distorte d’una classe politica che – per costituzione, per elezione, per educazione e per insussistente sostanza – si crogiola nella propria ignoranza.
In siffatto contesto si innesta oggi la chiamata al voto referendario.
Il primo nodo da sciogliere attiene al quesito sulla separazione delle carriere.
In verità, però, per espressa lettera della proposta referendaria, il cittadino sarà chiamato ad esprimersi sulla sola separazione “delle funzioni”, non anche “delle carriere”.
Ed infatti, il (veramente lunghissimo) testo del quesito n. 4) chiama a decidere sulla “separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti”.
Ebbene quale che fosse, la risposta si rivelerebbe in ogni caso intempestiva per un verso e non risolutiva per l’altro.
Intempestiva giacché di fatto oggi già vige la invocata separazione delle funzioni.
Non risolutiva giacché la giustizia italiana reclama oramai da troppi decenni una vera e propria separazione delle carriere, la quale non potrà mai attuarsi se non passando per la istaurazione di organismi istituzionali distinti per ciascuna magistratura.
Distinti per cursus honorum, per corpo, per organismo di controllo, per metodologia di avanzamento di grado, per potere disciplinare.
Finché magistratura requirente e giudicante apparterranno al medesimo organismo, dipenderanno da un unico Consiglio Superiore, saranno soggette ad identica legge disciplinare, non potrà esserci separazione alcuna.
Ergo, il quesito referendario de quo inganna e mistifica la realtà; in quanto tale, non può essere suffragato dal MSFT, che da sempre (e per primo) propugna la succitata separazione delle carriere.


Quanto invece al quesito n. 2, responsabilità diretta dei magistrati, mi professo contrario, fermamente contrario.
Voglio Giudici capaci di provvedimenti coraggiosi, liberi nel decidere, in condizioni di giudicare senza suggestioni, senza timori, senza altra soggezione che non alla legge.
Mi tremerebbero le vene ed i polsi per il tribunale piegato sotto il peso della spada di Damocle del giudizio di responsabilità.
E’ compito proprio ed esclusivo dello Stato riparare agli errori giudiziari; e questi, checché ne pensi l’ignorante, sono insisti al giudizio; di talché tutti gli ordinamenti giudiziari del pianeta prevedono espressamente molteplici e variegati mezzi di impugnazione.
Il cittadino deve, tuttavia, pretendere che il magistrato chiamato a giudicarlo sia libero e possa agire in completa autonomia.
E quale libertà e quale autonomia potremmo rinvenire nel giudice ove vincesse il “SI”? Ove, cioè, ogni giudice si preoccupasse non già, o non soltanto, di ben decidere, ma di compiacere e l’opinione pubblica e il suo collega ch’egli saprà preposto alla valutazione della eventuale colpa?
Lo Stato esercita il proprio potere giudiziario (e la propria potestà punitiva) attraverso la magistratura che di quello è longa manus.
Se così è, salvo il caso di dolo, lo Stato e lo Stato soltanto deve essere chiamato a rifondere il danneggiato del nocumento patito per qualsivoglia malfunzionamento della giustizia.
Altrimenti opinando, finiremmo per apparire revanscisti e figli dell’odio per le istituzioni che veneficamente fu distillato nelle fucine della Rivoluzione Francese.


Il quesito n. 3), equa valutazione dei magistrati, non può che trovarci consenzienti.
Attualmente, la valutazione della professionalità e della competenza dei magistrati è rimessa dal CSM, che decide sulla base di valutazioni anche dei Consigli Giudiziari. Di detti organismi fanno parte anche i cc.dd. membri “non togati” (avvocati e professori universitari in materie giuridiche). Costoro, tuttavia, pur rappresentando un terzo dell’organismo, sono esclusi dalle discussioni e dalle votazioni, le quali rimangono di esclusiva competenza dei magistrati.
I componenti laici devono, invece, partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati; in difetto, qui custodiet ipsos custodes?


Quesito n. 5), riforma del CSM
Oggi, sul magistrato che intenda essere eletto in seno al CSM incombe l’obbligo di rinvenire da venticinque a trenta suoi colleghi che ne sottoscrivano la candidatura; questa è la genesi del nefasto e famigerato “sistema” delle correnti politiche.
Giovi rilevare che il CSM presiede anche all’assegnazione di incarichi, ai trasferimenti di sede, alle nomine delle più alte cariche magistratuali.
In subiecta materia, il referendum mira all’abolizione di detto obbligo, con restaurazione della previgente disciplina, in ragione della quale ciascun magistrato in servizio potrà candidarsi autonomamente ed essere apprezzato in riferimento alle proprie e manifeste qualità personali e professionali, e non in funzione degli interessi e dei desiderata delle “correnti”.


Quesito n. 1), limiti agli abusi della custodia cautelare.
E’ scandaloso l’ossessivo ricorso alla custodia cautelare (anche in materia reale), spesso finalizzata al terrore ed all’affermazione del potere assoluto di alcune frange della magistratura militante; specie ove si consideri che non di rado non pochi di questi processi si concludono con l’assoluzione ovvero si esauriscono, in sede definitiva, con l’assegnazione del condannato a misure alternative alla detenzione in carcere.
E questo, anche senza contare l’ingentissimo danno erariale sostanziato dalle condanne al pagamento di cospicue somme di denaro a tiolo di riparazione per ingiusta detenzione.
La custodia cautelare, quindi, come sollecita il referendum, deve esser limitata ad un esiguo novero di casi più gravi, e sempre che ricorra il presupposto del concreto ed attuale il pericolo di recidivanza per il caso di liberà dell’agente.

Quesito n. 6), abolizione della legge “Severino”.
Il nostro buon diritto non può tollerare l’automatismo in vigore: l’incandidabilità, la ineleggibilità e la decadenza automatica per i parlamentari, per i rappresentanti di governo, per i consiglieri regionali, per i sindaci. e per gli amministratori locali in caso di condanna.
Anche a prescindere dalle ovvie considerazioni per le quali, oltre all’inevitabile vuoto di potere, si rimettono in via acritica e per postulato le sorti della politica ad un decreto generato alla cieca dall’enfasi del momento e dal populismo più bieco, occorre sia il singolo giudicante, caso specifico per caso specifico, a valutare, condannando, se l’amministratore sia o meno da interdire dai Pubblici Uffici.

 



Quanto invece al quesito n. 2, responsabilità diretta dei magistrati, mi professo contrario, fermamente contrario.
Voglio Giudici capaci di provvedimenti coraggiosi, liberi nel decidere, in condizioni di giudicare senza suggestioni, senza timori, senza altra soggezione che non alla legge.
Mi tremerebbero le vene ed i polsi per il tribunale piegato sotto il peso della spada di Damocle del giudizio di responsabilità.
E’ compito proprio ed esclusivo dello Stato riparare agli errori giudiziari; e questi, checché ne pensi l’ignorante, sono insisti al giudizio; di talché tutti gli ordinamenti giudiziari del pianeta prevedono espressamente molteplici e variegati mezzi di impugnazione.
Il cittadino deve, tuttavia, pretendere che il magistrato chiamato a giudicarlo sia libero e possa agire in completa autonomia.
E quale libertà e quale autonomia potremmo rinvenire nel giudice ove vincesse il “SI”? Ove, cioè, ogni giudice si preoccupasse non già, o non soltanto, di ben decidere, ma di compiacere e l’opinione pubblica e il suo collega ch’egli saprà preposto alla valutazione della eventuale colpa?
Lo Stato esercita il proprio potere giudiziario (e la propria potestà punitiva) attraverso la magistratura che di quello è longa manus.
Se così è, salvo il caso di dolo, lo Stato e lo Stato soltanto deve essere chiamato a rifondere il danneggiato del nocumento patito per qualsivoglia malfunzionamento della giustizia.
Altrimenti opinando, finiremmo per apparire revanscisti e figli dell’odio per le istituzioni che veneficamente fu distillato nelle fucine della Rivoluzione Francese.


Il quesito n. 3), equa valutazione dei magistrati, non può che trovarci consenzienti.
Attualmente, la valutazione della professionalità e della competenza dei magistrati è rimessa dal CSM, che decide sulla base di valutazioni anche dei Consigli Giudiziari. Di detti organismi fanno parte anche i cc.dd. membri “non togati” (avvocati e professori universitari in materie giuridiche). Costoro, tuttavia, pur rappresentando un terzo dell’organismo, sono esclusi dalle discussioni e dalle votazioni, le quali rimangono di esclusiva competenza dei magistrati.
I componenti laici devono, invece, partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati; in difetto, qui custodiet ipsos custodes?



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi