LA NUOVA RELIGIONE DEL CAPITALE

di Daniele Proietti

Da alcuni mesi si può dire che sia iniziato il “mondo nuovo”, quello che è stato edificato, per mezzo della crisi sanitaria causata dai potenti del mondo, e nel quale l’intero pianeta è, volente o nolente, piombato.
Per alcune élites occidentali – espressione di popolazioni anziane e impaurite, spogliate da ogni senso del trascendente – il vaccino universale è diventato un feticcio e un’ossessione, una terra promessa da raggiungere ad ogni costo. Anche, e soprattutto, a costo di sopprimere le libertà individuali. La propaganda martellante in favore della vaccinazione anti-Covid totale presenta uno slancio pesudo-religioso, mistico, in cui i sieri, lungi dall’essere uno strumento tra gli altri della medicina, vengono magnificati come una vera e propria catarsi, una grazia miracolosa attraverso la quale la società potrà voltare pagina e ripartire da capo, lasciandosi alle spalle ogni preoccupazione.

Sulla facciata della sede della Regione Liguria da qualche giorno campeggia uno striscione con la scritta “Più vaccinati, più liberi”. E’ lo slogan della campagna lanciata dal governatore Giovanni Toti per promuovere la vaccinazione anti-Covid di massa della popolazione, ed in particolare di quella più giovane.

Si tratta di una frase emblematica dell’idea veicolata con sempre maggiore frequenza e insistenza dalla classe politica e dai maggiori media italiani: soltanto vaccinandoci tutti riavremo tutte le nostre libertà fondamentali. Quelle libertà che ci sono state sottratte da più di un anno, per esserci restituite parzialmente, provvisoriamente, a rate: sempre sotto la spada di Damocle di un possibile ritorno indietro, e di un giudizio morale severo – da parte di una autonominata élite scientifica e morale – nei confronti di quanti intendessero decidere autonomamente, in piena personale responsabilità, come gestire la propria vita e il rischio per la propria salute. Un giudizio condensato nel mantra, più volte ripetuto da esponenti del governo e da “esperti” ufficiali ad ogni riapertura, “Che non sia un ‘liberi tutti’”. Ed espresso icasticamente da ultimo dal giornalista Beppe Severgnini sul “Corriere della Sera” con  l’esortazione “Meritiamoci la libertà”.

Ora, secondo il governatore Toti “l’applicazione concreta di quegli articoli della Costituzione che riguardano la libertà, di movimento, di impresa, di tornare a lavorare” dipende dalla campagna vaccinale. E a detta dell’infettivologo-star Matteo Bassetti, consulente sanitario della Regione Liguria, la patente di dignità morale dei cittadini e il lasciapassare per usufruire dei diritti civili consistono in primo luogo nella decisione di farsi somministrare il vaccino, indipendentemente dal fatto che ciò non sia obbligatorio e a prescindere dalla fascia di età e dai fattori di rischio legati al virus: “la libertà di tutti è  direttamente proporzionale al numero di vaccini fatti” e “nessuno deve sentirsi libero di potersi non vaccinare”.

Sono affermazioni molto inquietanti e gravi.
Purtroppo, però, dobbiamo constatare che quelle argomentazioni esprimono un sentimento molto diffuso e trasversale nella classe politica e dirigente italiana, emerso clamorosamente con il coronavirus: si giunge ad un processo che porta a subordinare totalmente l’esercizio della responsabilità individuale all’allineamento forzato ad un presunto “bene comune” deciso dall’alto, e ad esprimere quindi fastidio e disprezzo nei confronti di chiunque pretenda il rispetto per scelte diverse da quelle raccomandate dalla “narrazione”  ufficiale. Un messaggio che nei confronti delle generazioni più giovani – quelle per cui il Covid configura un rischio praticamente inesistente – prende i toni di un ricatto psicologico utilitaristico tanto ridicolo quanto moralmente riprovevole: vaccinatevi, così potrete andare in vacanza, a ballare, a divertirvi…

Si deve a tale concezione – in profonda continuità con le peggiore ideologia liberticida  novecentesca, ovvero il capitalismo apolide, e nutrita da un’interpretazione scorretta ed equivoca dell’articolo 32 della Carta come obbligo di sacrificare la propria libertà alla salute collettiva – il fatto che tutta l’irrituale normativa di restrizioni ai diritti civili fondamentali nota come “lockdown” abbia potuto essere considerata da tanti esponenti di quella classe politica e dirigente come compatibile con un normale stato di diritto. Ora il “vaccinismo” che trasforma in ideologia e obbligo l’assunzione indiscriminata di rimedi ancora in fase sperimentale – senza tenere in alcun conto i dubbi su effetti collaterali (molto maggiori di quelli del virus almeno fino ai 50 anni di età) e copertura effettiva dei sieri – si pone in diretta continuità con il “lockdownismo” imperante nei mesi scorsi, prendendone il testimone e assumendo i suoi medesimi toni moralistici e autoritari.

La spinta a vaccinare anche tutte le componenti della società per cui il Covid non rappresenterebbe un pericolo vuole giustificarsi con l’aspirazione redentrice a cancellare totalmente il virus: nei confini nazionali ma, in prospettiva, su tutto il pianeta.

La vera malattia di questo “nuovo mondo”, come di quello vecchio, non ci stancheremo mai di ribadirlo, è il capitalismo parassitario, che rappresenta l’apoteosi della grande finanza il cui mantra è il motto “lucrare su tutto”, salute inclusa.

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