Storia di una lapide, quando vince la verità….

Pubblichiamo uno scritto di Lodovico Ellena (ricercatore storico vercellese) relativo ad un caso che, dopo ricerche ed interessamento anche di persone non appartenenti alla nostra area politica, ha portato ad una azione di giustizia storica:

Sono trascorsi ormai alcuni anni da quando, riprendendo le ricerche svolte da Giuseppe Crosio, esposi i meri fatti legati alla vicenda della famiglia Scalfi trucidata a Vercelli il 7 maggio 1945. In breve; quel giorno in via Riccardo Restano 64, da un’automobile scesero alcuni uomini che uccisero a raffiche di mitra Luigi Bonzanini e senza un preciso motivo anche le due nipoti Elsa e Laura Scalfi di 16 e 21 anni per poi fuggire: non contenti i medesimi tornarono poi sul posto mezz’ora più tardi per assassinare anche la paralitica sessantottenne Luigia Meroni, scomoda testimone di quel truculento macello.

Il caso infiammò per anni tutte le parti politiche fino a che l’appassionato ricercatore antifascista vercellese parlò del fatto mettendo in evidenza le responsabilità materiali del partigiano Felice Starda detto “Bugia”, in seguito eliminato da ignoti un mese dopo quell’episodio. La moglie ottenne per ciò una pensione grazie al marito “caduto in combattimento”, non fosse che in seguito un processo sancì la responsabilità del delitto allo Starda e ad un suo complice, Espedito Brusa, anch’esso assassinato in circostanze oscure un mese dopo. La domanda fu quindi: come spiegare la presenza dello Starda nel mausoleo dedicato agli eroi della Resistenza nel cimitero vercellese dal momento che si trattava in realtà di un comune assassino? Il fatto riemerso nel gennaio 2006 con l’uscita del volume “Le pagine strappate della Resistenza”, sollevò in particolare l’attenzione del giornalista de La Stampa Enrico De Maria che prese a cuore il caso dedicando ampio spazio alla notizia, tanto da portare la vicenda a conoscenza anche di giornalisti e delle autorità resistenziali locali che disorientate in un’intervista parlarono di fatto sorprendente. “Possibile che nessuno sapesse? La rivelazione mi ha lasciato un senso di profondo turbamento e sconcerto”, furono le dichiarazioni a caldo. Ci si aspettava a quel punto un’azione di giustizia, magari tramite la rimozione dal mausoleo del nome dell’assassino, per restituire così giustizia tanto alla memoria della famiglia quanto a quelli che per la Resistenza combatterono e che persero la vita: nulla però di tutto questo, Occorrerebbe forse un po’ più di quella tanto reclamata memoria come in un altro caso, rievocato sempre nello stesso libro, che vide la famiglia Ugazio barbaramente trucidata nei pressi di Novara a Galliate il 28 agosto 1944, data in cui persero la vita dopo allucinanti violenze e indicibili sevizie durate tutta una notte anche le giovani sorelle Mirella di 15 anni e Cornelia di 21. Uno dei partigiani responsabili del bestiale avvenimento, il “Ciuc” (in piemontese significa ubricaco, ndr) che aprì poco dopo una panetteria proprio a Galliate, fu individuato come responsabile: nessuno agì mai legalmente contro di lui. E che abbia qualcosa sulla coscienza lo dimostra al il fatto che sia fuggito al tentativo di intervista fatto da giornalisti del bisettimanale “La Tribuna Novarese” dopo che lo storico Roberto Gremmo riportò sul medesimo con grande evidenza un commento sul relativo capitolo pubblicato sul suddetto libro. Storie di “straordinaria” Resistenza fino a che sulle quali nessuno deciderà di far chiarezza, resterà indelebilmente macchiata da squallidi episodi di “ordinaria” delinquenza come questi. Un concreto gesto di onestà intellettuale e di lealtà farebbe a questo punto bene a tutti, alla memoria degli innocenti, alla storia ed alla stessa parte sana resistenziale; settant’’anni dopo sembrerebbe infatti giunto il momento di restituire tutta la verità e di finirla con retoriche commemorazioni, che troppo spesso hanno coperto con un velo peloso vicende tragiche che null’altro hanno prodotto che alimento per profondo odio spesso padre di altro odio: causa di una infinita e strisciante guerra civile in realtà mai del tutto conclusa, nonostante alcuni isolati e lodevoli tentativi di singoli individui.

Lodovico Ellena

La salma di Felice Starda venne rimossa dal mausoleo del cimitero di Vercelli solo nel 2008, come testimonia questo articolo di Enrico De Maria su La Stampa.

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