Amazon: lavoro disumano

di ROBERTO BEVILACQUA

Da diversi anni, ormai, assistiamo a una crescita esponenziale del commercio a distanza, ovvero delle vendite on-line per dirla con la lingua dei colonizzatori, di ogni genere di merce da parte delle più grosse organizzazioni in tale settore a livello planetario come Amazon di Jeff Bezos: la persistente pandemia da Covid 19 e le conseguenti chiusure non hanno fatto altro che accentuare tale tendenza.

Ma, a fronte dei guadagni stratosferici per l’uomo più ricco del mondo, troviamo condizioni di impiego da terzo mondo per i dipendenti nelle varie sedi e i corrieri incaricati delle distribuzioni, costretti a lavorare senza sosta anche oltre 9 ore al giorno e a recapitare pacchi pure nottetempo, allo scopo di rispettare il carico giornaliero di 180÷200 consegne. Questi prestatori d’opera, spesso assunti con contratti a termine o tramite cooperative e agenzie di lavoro interinale, soggetti a un vero e proprio disumano sfruttamento con scarse o assenti tutele assistenziali, previdenziali e, tantomeno, sindacali, hanno dato luogo nei giorni scorsi a uno sciopero nazionale con livelli di adesione oltre l’80% in tutte le sedi di Amazon Italia.

Tale vicenda è rappresentativa della perfetta antitesi a qualsiasi tipo di socializzazione delle imprese e a quella mediazione tra capitale e lavoro che era principio fondante di quel Movimento autenticamente rivoluzionario che prese le mosse proprio oggi 23 marzo di 102 anni fa. La ricerca del massimo profitto, dell’incentivazione ai consumi più sfrenati, spesso anche di generi non indispensabili, con pagamenti a rate per favorire l’indebitamento verso le banche, ha portato a trasformare l’uomo in una risorsa da sfruttare il più possibile e, se del caso, da sostituire con robot che non mangiano e non riposano ma, soprattutto, non pensano e non protestano.

Incondizionata solidarietà, pertanto, va ai lavoratori di Amazon, ma anche alle tantissime persone che il lavoro non lo hanno più perché la propria attività è stata costretta a chiudere i battenti, siano essi titolari o dipendenti, a causa della impari concorrenza della grande distribuzione, delle multinazionali e dell’e-commerce (scusate l’inglesismo), ancor prima delle conseguenti chiusure pandemiche. Non bastano certo i cosiddetti “ristori”, che alla resa dei conti peseranno su tutti i contribuenti italiani (non certo sui migranti che continuano a sbarcare indisturbati al ritmo di migliaia al giorno), a risarcire degli ingenti danni economici le tante attività produttive, costrette prima ad adeguarsi con dispositivi e accorgimenti vari a proprie spese, poi a chiudere, perché nel Bel Paese, creativo per propria cultura e tradizione come forse nessun altro al mondo, la gente ha bisogno di lavorare, non di sussidi.

Va osservato, comunque, che i popoli europei mostrano ormai segni di insofferenza con manifestazioni in ogni angolo del vecchio continente, non solo per le restrizioni dettate dall’attuale situazione sanitaria, ma anche e soprattutto per i guasti e le conseguenze sociali delle logiche materialistiche indotte dal liberal-capitalismo più sfrenato.  Anche la vicenda dei vaccini anti-Covid 19 si inserisce in tali logiche, con guerre commerciali e ricatti fra le più grandi aziende farmaceutiche, con interessi stratosferici per le medesime anziché per i cittadini, come rilevato, a ragione, dallo stesso presidente russo Vladimir Putin, in risposta alla posizione della Commissione UE di ignorare il vaccino Sputnik.

Occorre al più presto l’acquisizione di una generalizzata consapevolezza della necessità urgente di una società centrata, anziché sul denaro e la finanza, sull’uomo e i suoi valori.

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