Ricordo dei Martiri delle Foibe

MOVIMENTO SOCIALE-FIAMMA TRICOLORE
Segreteria Provinciale di Catanzaro
Sezione “Nando GIARDINI“
Catanzaro, 07 febbraio 2021
C O M U N I C A T O  S T A M P A
La segreteria provinciale del Movimento Sociale Italiano-Fiamma Tricolore, in occasione della Giornata del Ricordo dei Martiri delle Foibe e dell’Esodo degli Italiani dalle terre Giuliano-Dalmate, con la presente affida alla professionalità e sensibilità delle testate giornalistiche e dei relativi operatori tutti la diffusione della nota che purtroppo, a causa delle note condizioni che raccomandano una parsimonia nella gestione degli spostamenti e delle occasioni di incontro in presenza, quest’anno non potrà recapitare direttamente alle direzioni didattiche degli Istituti di ogni ordine e grado della provincia in cui si chiede all’Istituzione scolastica di dare il giusto risalto a questa tragica pagina di Storia d’Italia attraverso momenti di informazione e riflessione che valgano a rendere coscienti i nostri giovani delle tragiche conseguenze e dei dolori provocati all’Umanità in momenti in cui la mente è ottenebrata dal “buio della ragione” riveniente dall’odio cieco verso i propri Fratelli.
Faranno eccezione, cioè i nostri militanti consegneranno direttamente ai Dirigenti Scolastici la richiesta di approfondimento sulla Giornata del Ricordo, alcuni Comuni come Borgia, Girifalco e Caraffa, ove esistono dei nuclei militanti anche all’interno delle stesse scuole. Diversi saranno anche i volantinaggi dei nostri giovani sul territorio provinciale, mentre così all’Amministrazione Comunale di Borgia sarà riproposta la richiesta di intitolazione di una Piazza ai Martiri delle Foibe, mentre laddove questi luoghi già esistono (Catanzaro Lido e Lamezia) saranno deposti omaggi floreali ai piedi delle targhe che ricordano l’eccidio di migliaia e migliaia (almeno 10.000) di Italiani per mano titina.
Per aiutare nel compito Dirigenti e Professori riportiamo una esemplare nota del giornalista Gerardo PICARDO, redatta a seguito della istituzione della Giornata nel 2004.
“Il dramma delle foibe è una Croce senza redenzione. Un Venerdì santo della ragione e purtroppo anche della storia, senza l’alba di speranza di un terzo giorno. Da poco è stato celebrato il ‘Giorno del Ricordo’, per ricordare le vittime di quella tragedia e le complesse vicende del confine orientale. Da alcuni anni i muri di gomma eretti su questa storia grigia sono franati, e certa storiografia scritta con la penna rossa ha mostrato i quarti della sua colpevole ottusità. Eppure questo non basta: la memoria di chi ha vissuto quei terribili anni della follia titina non concede requie. Nidia Cernecca è uno di questi spiriti inquieti condannati a vagare in una terra di esuli senza radici, donna del sudario di tante storie perse sulle montagne altissime della disperazione e dell’odio contro i fascisti. E’ una ‘Veronica’ che da anni – era bambina quando nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, viene arrestato, torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi – racconta di quelle vicenda delle foibe che tanta presunta ‘scienza’ di cattedre e pedanti si ostina ancora a definire semplicemente delle ‘profondità rocciose’. Nel 2002 aveva commosso l’Italia con il suo racconto di bambina catapultata in quel buio immenso portato dai ‘diavoli rossi’. ‘Foibe, io accuso’, era la testimonianza di una donna che aveva trascinato in tribunale gli infoibatori di suo padre, narrando tutta la triste vicenda di uomini e donne che dopo essere stati uccisi sono stati di nuovo infoibati da un silenzio colpevole e strategicamente durato sessant’anni. Ora, ancora per i tipi di Controcorrente editore in Napoli, la Cernecca ha dato alle stampe ‘Capodistria. Sandrino e i liberatori-invasori jugoslavi 1943-1947’ (pp. 158, euro 14, per inf. 081-42.13.49) dove un’altra microstoria rende l’orrore dell’occupazione partigiana di Capodistria da parte del terribile e scriteriato maresciallo Tito. Soltanto il vecchio ulivo della sua casa natia, insieme a Menico, il vecchio saggio del paese, saranno i confidenti di Sandrino, testimoni di un dolore indicibile ma anche di grandi speranze. Il calvario del popolo istriano passa per gli occhi di un bimbo che ha dovuto crescere troppo in fretta sotto la morsa della ‘liberazione’ comunista. I demoni usciti dall’inferno jugoslavo avevano dilagato per ogni dove, approdando fino all’azzurro mare di Capodistria. Sandrino si rese conto che la guerra non era finita, e tutto poteva ancora accadere. Anzi, scrive la Cernecca, “ora che lo schermo del film aveva rotto gli argini, si era riversato nella vita della sua città con prepotenza. Senza il consenso di coloro che erano stati gli spettatori e li aveva trasformati, loro malgrado, in attori impotenti e impreparati alla violenza della guerra, dove la vita di ogni uomo perdeva il suo intrinseco, prezioso valore”. Fuggivano gli Italiani: intere famiglie o ciò che erano rimaste di esse, dopo il massacro avvenuto per opera dei Liberatori-Invasori. Da Pola il piroscafo Toscana faceva la spola tra la sponda orientale e quella occidentale dell’Adriatico. “A Venezia – annota ancora la Cernecca – gli Istriani furono accolti da sputi e invettive, considerati ‘Fascisti’ che non avevano voluto soccombere sotto l’invasione delle truppe di Tito, e nulla i veneziani sapevano dei massacri subiti solo per la colpa di essere italiani”. A Bologna, invece, un treno non aveva potuto fermarsi; la Croce Rossa aveva organizzato pasti caldi e latte per vecchi e bimbi. Ma i ‘compagni’ ferrovieri comunisti avevano minacciato uno sciopero se il convoglio si fosse fermato. Anche di questo sacco è fatto il duro fardello di un popolo cacciato dai luoghi natii senza averne responsabilità. Ma il libro-testimonianza dell’autrice vuole anche essere – nota opportunamente Gigi D’Agostini – una risposta alle faziose pubblicazioni di parte che negano le responsabilità dei comunisti italiani e jugoslavi cui, invece, “devono essere attribuite le persecuzioni subite dai cittadini italiani”. L’esodo dei 350.000 istriani, fiumani e dalmati “è stato l’ovvia conseguenza del terrore instaurato dai comunisti, che hanno portato a termine la programmata pulizia etnica, come afferma Milovan Gilas”. Quest’ultimo ‘signore’ era il più importante collaboratore-ideologo del maresciallo Tito e suo fratello d’armi. “Nel 1945 – raccontò egli stesso – fummo mandati da Tito in Istria. Era nostro compito indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni d’ogni tipo. E così fu fatto”. La tragedia aveva inizio, per soddisfare la follia di Josip Broz (meglio conosciuto come Tito, appunto) per costituire la “settima repubblica” jugoslava e portare la linea di confine con l’Italia sul fiume Isonzo o addirittura sul Tagliamento, a metà strada tra Trieste e Venezia. Palmiro Togliatti, chiamato ‘il Migliore’, nella veste di ministro di Grazia e Giustizia, promulga nel giugno 1945 l’amnistia per i reati commessi durante e dopo la guerra. Provvedimento che non si applica, però, a coloro che hanno ucciso i partigiani. L’amnistia permise a molti di coloro che si erano macchiati di vari delitti di uscire dalla latitanza, o addirittura di sedere in Parlamento. Quanto a Togliatti, definì i sanguinosi episodi verificatisi dopo l’8 settembre del ’43 come “una giustizia sommaria fatta dagli stessi istriani contro i fascisti”, cosicché la ‘pulizia etnica’ viene considerata un’azione nata dalla rabbia popolare per rappresaglia politica. Mentre per quanto concerne l’esodo dei giuliano-dalmati dalle terre cedute a Tito, il ‘Migliore’ teme che la fuga in massa da quella che definisce “l’amica Jugoslava” abbia una ricaduta negativa sull’immagine del comunismo. E “i Governi italiani” fino a poco tempo fa, al 16 marzo del 2004 (quando il Senato istituisce la ‘Giornata del Ricordo’), “seppure con motivazioni diverse, per non turbare l’equilibrio internazionale e per opportunismo nazionale, hanno deliberatamente tenuta nascosta e ignorata la Storia di quelle terre italiane”. Il 6 aprile ’45 la Federazione Comunista di Usine affiggerà un volantino in cui è scritto: “Friulani! Dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche”. Ma lo spazio dovuto al comunismo titino significò dolore e morte per gli italiani infoibati. Per onorare quegli eroi senza tomba, decine e decine di città dello Stivale hanno provveduto opportunamente a intitolare strade ai martiri delle foibe. Questo nuovo libro della Cernecca, attraverso la storia di Sandrino, ci ricorda che un popolo – al di là di qualsiasi troppo facile accusa al revisionismo – è veramente tale solo quando conserva la memoria di se stesso e dei propri morti. E chiede perdono alla Vita per croci piantate su abissi di roccia coperti dall’oblio.”
Stante l’importanza dell’argomento si prega voler diffondere la nota, soprattutto per quanto alla richiesta ai Dirigenti Scolastici in merito al trattamento dell’argomento nell’occasione della Giornata, e si ringrazia per la collaborazione
Lorenzo SCARFONE
Segretario Provinciale del Movimento Sociale Italiano-Fiamma Tricolore

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